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Chi accosta il termine ‘confezionato’ ai bambini che arrivano dal mare non ha un’anima

Quando i nostri piccoli fratelli arrivano dal mare, sono di una tenerezza unica. Possono essere con la mamma, o con una parente, o una donna a cui la madre, morta o allontanata violentemente, aveva prima chiesto di prendersene cura.

O sono soli, tenuti in braccio da sconosciuti che, da un momento all’altro, si son trovati a farne da padre o da madre.

Il loro abbigliamento è spesso inadeguato, perché nel viaggio si è consunto, si è perso, si è bagnato. Qualcuno ha solo un pannolino, sotto l’acqua, il sole, il freddo, e va subito protetto.

Possono essere disidratati, o portare su di sé i segni del gravoso viaggio; quelli esterni, i segni, quelli li vedi, gli altri no..

Lo sguardo ti trafigge l’anima, quegli occhi grandi e neri ti scrutano e quelle manine ti toccano, chiedono protezione e, come solo i bambini sanno fare, confidano in te e nei tuoi abbracci, coprendoti di uno smisurato affetto.

L’innocenza, la purezza, la bellezza, la vulnerabilità dei nostri piccoli fratelli ti entra nel cuore, nell’anima, e non ti abbandona più.

Chi, solo per un attimo, accosta il termine ‘confezionato’ a questi bambini non solo non ha un’anima, è un essere infelice, incapace di provare la pur minima empatia.

Non mi arrabbio con lui o con chi ne segue il pensiero, mi fanno tutti molta pena.

Perché non provare mai un sentimento di amore profondo nei confronti dei bambini, ancor di più in situazione di vulnerabilità, non è vivere, è sopravvivere nel deserto..

Teresa Concu

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