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Crisi economica, senza una vera politica attiva è inevitabile il collasso occupazionale

Una recente analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro sottolinea l’importante crisi occupazionale che l’Italia sta ormai combattendo. Nello specifico, esaminando il periodo compreso tra giugno 2019 e giugno 2020, si dimostra una perdita netta di 814 mila posti distribuiti in diversi settori. A subire maggiormente è quello del Turismo, con un calo pari a 246 mila unità, di cui 158 mila solamente nella ristorazione. Ma anche il commercio all’ingrosso e al dettaglio ha dovuto affrontare una perdita di 191 mila unità, mentre i servizi alle imprese di 103 mila collaboratori.

Emerge quindi uno scenario di profonda crisi, nella quale l’occupazione si riduce quotidianamente, ma non in maniera verticale: grazie a una serie di provvedimenti legislativi, infatti, è stato istituito un blocco dei licenziamenti per motivi oggettivi-economici, a partire da marzo 2020. Questo si traduce nell’impossibilità di chiudere migliaia di rapporti di lavoro e, contemporaneamente, impedisce anche che il numero cresca esponenzialmente.

I comparti in crisi sono tantissimi, quasi tutti in effetti. Sono compresi, per esempio, i servizi alla persona e le attività domestiche, i quali hanno subito un calo pari circa al 17%. Poi ancora l’attività e ricerca del personale (-19% circa). L’unico che è riuscito a mantenere più o meno stabile l’andamento è il comparto industriale che, a sua volta, comunque, ha perso “solamente” 10mila occupati. Tutti gli altri, invece, sono uniti dalla stessa caratteristica: il segno meno. Hanno chiuso in positivo solamente le costruzioni e i servizi legati alla fornitura elettrica, i servizi di informazione e quelli della filiera tecnologica.

I numeri sono drammatici e, con l’avvicinarsi della fine degli ammortizzatori sociali e quindi della fine della moratoria per i licenziamenti, potranno diventare a breve  devastanti. Cosa succederà tra la metà di novembre e i primi di gennaio? Quanti procedimenti di licenziamenti collettivi e individuali si metteranno in piedi? Quanti lavoratori saranno espulsi dalle aziende e gettati nella disperazione? 

E’ necessario ricordare che dopo la conversione del DL 104, il cosiddetto Decreto Agosto, i licenziamenti economici (per giustificato motivo oggettivo) sono bloccati. E sarà così fino alla fine del periodo di cassa integrazione, il 14 novembre, se richiesto da parte della aziende, o del periodo di agevolazione contributiva in sostituzione degli ammortizzatori sociali. Oppure, in ultima istanza, fino al 31 dicembre. Questo significa che se non interverrà altro provvedimento governativo, si apriranno le “porte” e si dovranno contare i licenziati. Una ulteriore moratoria appare difficile e, forse, pure abbastanza inutile. Sicuramente non in linea con un prospetto macro-economico.

Tenere in piedi posti di lavoro già morti, poi, non conviene a nessuno. Da una parte, infatti, si blocca la “ripartenza”, perché da un punto di vista economico l’azienda che in questo momento ha bisogno di riorganizzarsi dinanzi alla crisi per ritornare a produrre ed essere competitiva, deve rimodularsi e riprendere fiato. E, inoltre, ridurre i costi su attività obsolete e/o inutili, investire su tecnologie e idee, insomma, snellirsi per riprendersi almeno in una prima fase. Dall’altra parte, non conviene nemmeno al lavoratore il cui posto è già stato dichiarato“morto”. Perchè mai dovrebbe rimanere lì?

Al momento è impossibile ipotizzare una situazione anti-covid: il mondo ha preso altre strade, a cominciare dall’economia e dal mercato del lavoro. Continuare a percepire la cassa integrazione e il suo importo troppo misero (quando viene pagata) forse è una soluzione a lungo termine del tutto perdente anche per il lavoratore. La necessità è quella di ripartire, di pensare al futuro e non più al passato. Più si tarda a tornare sul mercato (accompagnati dalla Naspi ovviamente) e più si faticherà a ritrovarsi nella trincea della ricerca dell’occupazione. In questo periodo, poi, lo Stato sta predisponendo risorse ingenti per stimolare nuove assunzioni, e lo farà sempre di più. Dunque lo status di disoccupato e la Naspi offriranno potenziali doti per nuove assunzioni ai futuri datori di lavoro che lo vorranno, agevolazioni che dovranno aiutare la ripresa. Tutto questo, tuttavia, non è sufficiente.

Purtroppo quello che manca oggi è una politica attiva per il lavoro. C’è bisogno di una fase di ri-accompagnamento del disoccupato verso la ricerca di una nuova occupazione. Così come di una riqualificazione e di un aggiornamento che renda, in un breve periodo, il disoccupato un lavoratore di nuovo ambito e non un peso sociale ed economico. La Politica attiva, però, ha i suoi tempi per essere approntata seriamente: ci vogliono strumenti e risorse economiche, idee e nuove dinamiche. Serve, probabilmente, anche un’Agenzia apposita, svincolata dalla pastoie burocratiche dell’Anpal, dei CPI e dell’INPS. E’ necessaria, insomma, una visione nuova, una mission determinante: riqualificare e rioccupare.

Purtroppo, però, al momento le politiche attive sono in pieno collasso. Mancano strutture, soldi e visioni. Sembrano un dinosauro che si muove con troppa lentezza in un mondo digitale. Invece dovrebbero essere messe nei primi posti dell’agenda governativa, e non come semplice voce di spesa. Oggi, infatti, la Politica Attiva del nostro Paese sembra non avere alcuna importanza e nessun appeal per il mercato del lavoro. La dimostrazione è il clamoroso fiasco dei navigator che, nella loro inutilità, rappresentano un macigno da rimuovere, ma anche un monito preciso: la politica attiva non si può improvvisare.

Articolo del Consulente Fiscale e del Lavoro Alessandro Latini

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