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Decreti sicurezza, il Movimento 5 Stelle temporeggia per rallentare le modifiche

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Si continua a discutere dei cosiddetti decreti sicurezza, che di sicurezza hanno poco. La nuova occasione è l’appello di Matteo Salvini all’udienza preliminare sul caso Gregoretti, quando il leader della Lega impedì lo sbarco di 116 persone, tra cui una ventina di minorenni, per oltre tre giorni. La data prefissata è il 3 ottobre: lì Salvini inizierà a rispondere alle accuse. Ma quello che avverrà sarà principalmente un circo, un evento mediatico, che rischia di dare ancora più manforte al leader del Carroccio. La Lega, infatti, ha organizzato tre giorni di iniziative a Catania dal titolo: “Gli italiani vogliono la libertà”. E così, Salvini cavalcherà e sfrutterà ancora una volta il tema dell’immigrazione, una questione da lui sempre manipolata per raccogliere consensi a discapito degli stranieri.

Sarà l’occasione anche per puntare il dito contro il governo e l’intenzione di cancellare i suoi decreti sicurezza, o decreti Salvini. Gli stessi con cui il leader della Lega ha raccontato di aver chiuso i porti, quando semplicemente ha definito con un altro nome gli immigrati. Li ha resi nella maggior parte clandestini, continuando imperterrito a calpestare i loro diritti. Oltre che ad andare contro, come ormai evidente, al diritto internazionale e alle sue leggi che prevedono il soccorso in mare. Tutto questo, però, farà inevitabilmente rallentare i tempi dell’abbandono dei provvedimenti anti immigrazione.

E qui si inserisce l’incognita del Movimento 5 Stelle, il partito che finora ha giocato un doppio ruolo sul tema. Il partito che quando c’è stato da approfittarne per avere il sostegno al reddito di cittadinanza, ha scelto di appoggiare Matteo Salvini. E che ora che non gli serve più, invece, gli volta le spalle. O almeno ci prova. L’accordo sul nuovo testo destinato a sostituire i decreti sicurezza, infatti, è stato firmato davanti al ministro dell’Interno Lamorgese da tutti i rappresentanti della maggioranza, incluso quindi anche il presidente degli Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia, seduto tra le fila del Movimento 5 Stelle. E per qualche assurdo motivo, Luigi Di Maio nei giorni scorsi ha fatto finta di essere all’oscuro di tutto e ha dichiarato: “C’è una discussione politica in corso su na modifica, dialogando troveremo una soluzione”.

Queste parole si traducono fondamentalmente in un salto nel passato, per questo hanno fatto suonare una sirena d’allarme all’interno dell’esecutivo. Perché una presa di distanza dei dissidenti pentastellati potrebbe mettere in crisi la stabilità di governo. Ma a riguardo i parlamentari 5S rassicurano: “Non c’è nessuna marcia indietro. Con l’arrivo dell’inverno gli sbarchi diminuiranno e il governo ha stretto un accordo con la Tunisia per aumentare il numero dei rimpatri, quindi non c’è bisogno di rassicurare quanti, tra noi, sull’immigrazione sono più vicini alla Lega”.

Tutto questo però ripropone il problema principale: l’immigrazione continua a essere affrontata come un tema che non comprende gli esseri umani. Ma come una mera questione politica. E mentre loro discutono, nel Mediterraneo le persone continuano a morire. Sono lasciate al loro destino, tra le onde e le tempeste. Come se fossero umani meno importanti. Alarm Phone ha denunciato ieri come solo nel mese di settembre si sono registrati sei naufragi nei quali hanno perso la vita quasi 200 persone. Finché non si inizierà ad analizzare il tema da questo punto di vista, saranno sempre e solo chiacchiere.

Con il decreto sicurezza sono stati approvati una serie di provvedimenti, tutti con lo stesso scopo: rendere meno agevole la permanenza in Italia dei richiedenti asilo. Con essi, si è tentato di facilitare la possibilità di togliere lo status di protezione in caso di reati. Ma soprattutto, sono stati cancellati i permessi di soggiorno umanitari, i quali duravano due anni e davano accesso al lavoro e alle prestazioni sociali. Con le modifiche volute da Matteo Salvini, sono stati introdotti dei permessi speciali per la protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturali nel Paese d’origine. Tutti della durata massima di un anno. In più, è stato raddoppiato da 90 a 180 giorni il tempo massimo nel quale gli immigrati sono obbligati a rimanere nei Centri di permanenza per il rimpatrio. In questo modo, si pensava di agevolare e stringere i tempi, appunto, dei rimpatri.

Si è poi esteso da 24 a 48 mesi il termine per la conclusione dei procedimenti di riconoscimento della cittadinanza, sia per il matrimonio che per la naturalizzazione dalla data di presentazione dell’istanza da parte del richiedente. In più, è aumentato anche il contributo da pagare da 200 a 250 euro. E questo è uno degli aspetti più critici che oggi tutti chiedono di modificare.

Inoltre, è stato fondamentalmente eliminato lo SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che, grazie alla creazione di una rete di enti locali in grado di accedere al Fondo nazionale per le politiche e i servizi d’asilo, permetteva di creare progetti di accoglienza integrata. In poche parole, era l’accoglienza gestita dai Comuni. Con i decreti sicurezza, hanno la possibilità di accedervi solamente gli immigrati che hanno ottenuto la protezione internazionale. Questo significa che chi è ancora richiedente ne rimane escluso.

Ma il problema è molto più ampio: senza un vero accordo europeo gli stati continueranno a rimbalzarsi le responsabilità. E intanto gli immigrati continueranno a tentare di affrontare il viaggio della speranza. Perché per loro questo significa Europa: speranza. E invece sono accolti come degli invasori.

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