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Ejaz Ahmad, giornalista e mediatore culturale fornisce un quadro della comunità pachistana in Italia

Ejaz Ahmad: “La prima generazione di immigrati si è spostata solo con il corpo, ma ha paura di farlo anche con la mente”

La comunità pachistana italiana conta circa 150.000 persone, rendendola così la seconda più grande d’Europa dopo quella della Gran Bretagna. La gran parte di loro viene dal Punjab. Un’indagine svolta dal Ministero del Lavoro italiano rivela che buona parte dei pachistani in Italia è costituita da maschi (70%) e da giovani (con un’età media di 28 anni). Principalmente lavorano nelle fabbriche del nord Italia; e in misura crescente nell’agricoltura, dove sono diventati una parte essenziale della catena di produzione occupandosi di gran parte della raccolta, dell’imballaggio e caricamento dei prodotti. Un numero relativamente basso possiede un’impresa o una piccola attività in proprio.

La comunità è costituita prevalentemente di immigrati di prima generazione economicamente deboli. Il loro livello di istruzione è basso con più di due terzi in possesso di istruzione secondaria inferiore e solo il 4% con istruzione di terzo livello. Le poche donne che risiedo qui sono arrivate per ricongiungersi ai loro mariti, e tendono ad avere un ruolo marginale.

Circa metà dei pachistani legalmente residenti possiede un permesso di soggiorno temporaneo. Questo include un gran numero di richiedenti asilo e minori non accompagnati. Essi sono prevalentemente ragazzi arrivati nel paese attraverso la rotta terrestre dei traffici umani passando per l’Iran, la Turchia, la Grecia e la Croazia.

Una volta arrivati in Italia si dichiarano rifugiati. La gran parte di questi giovani considera il soggiorno in Italia come una cosa temporanea. Ambiscono a trasferirsi in paesi come la Francia, la Germania e il Regno Unito – paesi che offrono migliori prospettive di lavoro e salari superiori.

Ma anche coloro in possesso di un permesso permanente tendono a non mettere radici economiche e sociali in Italia, definendola Dayer-e-Ghair– un paese straniero. Parlano poco l’italiano; frequentano i pochi colleghi di lavoro pachistani o quelli che provengono dallo stesso villaggio, e difficilmente socializzano con gli italiani. Nel tempo libero giocano occasionalmente a cricket, a pallavolo o Kabbadi (uno sport di contatto a squadre praticato perlopiù in India, Bangladesh e altri paesi sud asiatici ndr). Raramente acquistano una proprietà e la maggior parte abita in affitto preferendo mandare saldi in patria per sostenere la famiglia o per costruire un alloggio lì.

Colpisce il contrasto con le altre comunità di immigrati come i Bengalesi o i Cinesi. Queste comunità raramente lavorano come dipendenti, preferendo possedere proprie imprese principalmente nel commercio e negli affari. Attività che chiedono forti reti per soddisfare le proprie necessità di credito, sviluppare le linee di approvvigionamento, fare la dichiarazione dei redditi, e ottenere i necessari permessi e licenze da parte del Comune locale.

Organizzare la comunità pachistana in Italia non è per niente facile. Uno di quelli che hanno lavorato a questo scopo è Ejaz Ahmad. Ejaz ha conseguito il Master in Comunicazione di Massa all’Università del Punjab e ha lavorato per un po’ come giornalista politico per Jang e Musawat (due dei giornali più importanti in Pakistan ndr).

Arrivò in Italia con un visto turistico di 10 giorni nel lontano 1989, senza l’intenzione di restare qui. Cominciando senza un lavoro, con pochi soldi e senza una famiglia che lo sostenesse, Ejaz si è trasformato in uno dei principali rappresentanti e portavoce della comunità pachistana in Italia. È un “mediatore culturale” qualificato con una laurea presso l’Università di Roma, e ha pubblicato un libro sul Pakistan che è un punto di riferimento per gli italiani che vogliono capire la storia e la cultura pachistana. Attualmente lavora con il Ministro per le Pari Opportunità. È anche un giornalista accreditato, rappresenta i pachistani in diversi forum, appare spesso in televisione e alla radio, e tiene discorsi sull’immigrazione e l’integrazione in diverse scuole di Roma. Abbiamo parlato con lui nel centro di Roma.

Qual è il problema più grande che devono affrontare i pachistani in Italia?

La più grande sfida è la mancata integrazione. La comunità vive relativamente isolata dagli italiani e anche dai connazionali. Si tratta principalmente del loro atteggiamento mentale. La maggior parte dei pachistani è costituita da immigrati di prima generazione. Il loro obiettivo principale è arrivare a fine mese e forse mandare un po’ di soldi a casa.

Un altro problema è la mancanza di coesione nella comunità pachistana. È virtualmente impossibile creare una qualunque organizzazione senza che si degeneri in un litigio su chi debba essere il presidente, il tesoriere e così via.

Come mai?

Il fattore chiave è la paura – integrazione, infatti, significa ridefinire sé stessi e rinunciare alla propria vecchia identità. Uno dei miei mentori una volta mi disse che il processo di immigrazione comincia con lo spostamento dei corpi e si conclude soltanto con lo spostamento dello spirito; cioè quando ci si integra con e si comprende anche la cultura del paese ospitante. La prima generazione di immigrati si è spostata solo con il corpo, ma ha paura di farlo anche con la mente.

Qual è stato l’avvenimento più importante della tua vita qui?

Ce ne sono stati diversi, ma il primo è stata la possibilità di lavorare per uno dei grandi sindacati dove ho avuto la possibilità di aiutare i pachistani e altri immigrati a sistemare i propri documenti; a prepararli per i colloqui di lavoro; e nelle controversie relative a stipendi e indennità. Attraverso questa esperienza ho appreso la gioia di aiutare gli altri. L’altro grande evento della mia vita è stato l’incontro con mia moglie. Lei era studentessa all’Università quando ci siamo incontrati la prima volta, e sia lei che la sua famiglia mi hanno sempre aiutato e supportato. Le devo molto.

Qual è stato il più momento difficile?

Anche questi ce ne sono stati molti. Come quando ero solo, e lavoravo per molte ore da McDonalds o al Metro Store di Bologna. Ma sono stato fortunato nel trovare persone disposte ad aiutarmi e guidarmi.

Ora che sono più stabile, il mio dolore più grande è il non riuscire a fare di più. Di recente una giovane coppia (entrambi senza i documenti di soggiorno) ha avuto una bambina che ha dovuto dare in adozione, non potendo prendersene cura. Spezzava il cuore vedere i genitori firmare i documenti legali con inclusa una clausola che li impegnava a non aver alcun contatto con la figlia fino al compimento del diciottesimo anno di età. Nessuno di noi – incluso gli ufficiali giudiziari – riusciva a trattenere le lacrime.

Che ne pensi delle generazioni più giovani?

Il livello si aspirazione è basso. Qui non abbiamo modelli di ruolo come Sadiq Khan, sindaco di Londra o Shahid Javed, ministro nel Governo britannico, tutte due figli di immigrati pachistani. Per i ragazzi nati qui, ciò che non aiuta è l’isolamento nel quale i loro genitori vivono e che cercano di imporre anche ai figli, in modo particolare alle ragazze. Questo significa che la seconda generazione manca di quell’importante senso di appartenenza alla società italiana.

Molti giovani sognano di trasferirsi nel Regno Unito – sia perché imparare l’inglese li renderebbe più mobili a livello internazionale, sia perché si ha la percezione che lì ci siano maggiori opportunità lavorative. Mentre questo era un obiettivo più realistico prima della Brexit, ora sarà sempre più difficile, soprattutto per i lavoratori con basse competenze.

Per i bambini nati in Italia fare ritorno in Pakistan non è un’opzione praticabile. Le condizioni materiali e sociali dei luoghi di origine sono a loro completamente estranee. Spesso parlano soltanto l’italiano e qualche volta il dialetto del loro villaggio di origine. Raramente parlano l’inglese o l’Urdu (lingua nazionale del Pakistan ndr) con scioltezza.

Sono molto preoccupato dal fatto che, fin quando non si faranno più sforzi per l’integrazione, la seconda generazione affronterà una vita molto difficile.

La comunità è percepita bene dagli italiani?

La nostra è generalmente una comunità rispettosa della legge e raramente coinvolta con la polizia. I pochi pachistani in prigione vi si trovano a causa di litigi tra famiglie e raggruppamenti che sono poi degenerati in scontri e violenza. Alcuni sono stati arrestati per transazioni monetarie non ufficiali attraverso lo Hundi (un modo informale di trasferire soldi dall’Italia a Pakistan, molto più velocemente e a minor costo che tramite le banche o altri canali ufficiali ndr.).

Ad ogni modo, dobbiamo ricordarci che l’islamofobia è un fenomeno mondiale che crea un intrinseco pregiudizio verso di noi. Ci sono stati diversi casi di una certa gravità che vedono coinvolti i pachistani, finiti poi sulla stampa nazionale dandoci una cattiva reputazione. Per esempio, il caso della ragazzina portata in Pakistan per una vacanza e poi costretta a sposarsi con qualcuno del villaggio d’origine dei genitori; e recentemente il caso di Saman Abbas, ucciso dei parenti per opporsi a un matrimonio forzato. Questi casi rafforzano la percezione secondo la quale i pachistani sono un gruppo di retrogradi e fondamentalisti – che non è per niente vero.

Che ruolo ha l’ambasciata nell’aiutare la comunità pachistana?

Il ruolo principale dell’ambasciata è quello di fornire servizi consolari – passaporti, carte di identità, trasferimenti, ecc. Prima della crisi del Covid, di solito organizzava eventi sociali per occasioni speciali quali i due Eid (festa per il fine del mese di digiuno e per marcare il sacrificio di Abramo), oppure quando un primo ministro o altri alti dignitari erano in visita in Italia. Ma da un anno e mezzo, non c’è stato nulla.

Comunque, a parte qualche eccezione di rilievo, l’ambasciata in Italia si è sforzata poco per coinvolgersi con la comunità e capirne le paure e apprensioni. In parte ciò è anche dovuto al fatto che gli addetti non parlano l’italiano – nemmeno è loro fornita alcuna particolare formazione prima del loro dislocamento; e in parte perché il loro mandato qui è di soli tre anni – a malapena il tempo per capire i problemi, figuriamoci per costruire fiducia e sicurezza.

Se il Primo ministro pachistano dovesse leggere questa intervista, cosa gli chiederebbe di fare per la comunità pachistana in Italia?

C’è molto che lui e il governo potrebbero fare. La loro prima preoccupazione dovrebbe essere quella di aiutare la comunità di immigrati in Italia a integrarsi e promuovere l’immagine del Pakistan.

Passi concreti potrebbero includere un coinvolgimento molto più forte del personale dell’ambasciata nei veri problemi quotidiani della comunità, come i contratti di lavoro, l’apertura di conti bancari e consulenza – soprattutto per quanto riguarda le relazioni con la seconda generazione che è nata e cresciuta qui con prospettive molto diverse dai propri genitori. Per realizzare ciò c’è urgente bisogno di creare un gruppo o una commissione, che comprenda leader locali, accademici locali del Pakistan o con interessi in Pakistan, e il personale dell’ambasciata. Nella scelta dei leader locali, è essenziale che non si finisca con i soliti “Chaudhries” che non riscuotono fiducia dalla gran parte dei pachistani.

Al fine di promuovere la cultura pachistana, il governo dovrebbe aiutare la costruzione di un istituto culturale o una biblioteca, oppure finanziare la ricerca in alcune di quelle università con forte interesse negli studi orientali.

Daud Khan, Ahmed Raza e Mahnoor Malik sono pachistani che vivono e lavorano in Italia. Questo è il primo di una serie di articoli sui pachistani in Italia. L’articolo e stato pubblicato nel The Friday Times (Pakistan). L’articolo è stato tradotto in italiano da Marcello Caruso – uno scrittore che vive a Scauri, provincia di Latina.

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