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Il vero buonista è chi riporta migranti in Libia. Sbarcare lì significa tornare a essere torturati e stuprati

Ho visto segni orribilmente profondi di colpi d’accetta sulle piante dei piedi di un ragazzo: glieli avevano fatti gli aguzzini nelle prigioni illegali libiche.

Quando l’ho incontrato zoppicava soffrendo a dismisura. Ho visto una donna le cui parti intime erano state così ripetutamente violate durante la prigionia che non riusciva né a tenersi in piedi né a indossare alcun indumento senza provare dolore. Quando l’ho incontrata era un fantasma di sé stessa.

Ho visto braccia e gambe di diversi ragazzini marchiate con plastica fusa, sempre da parte degli aguzzini che ricattavano al telefono i loro familiari. Quando li ho incontrati mi mostravano i segni ma erano sollevati di essere usciti da quell’inferno sani e salvi.

Il ragazzo, la donna, i ragazzini li ho conosciuti tutti nello stesso giorno, quel 14 settembre 2017 in cui come giornalista a bordo della nave Aquarius ho testimoniato il salvataggio di 371 persone di 16 nazionalità diverse. Ho le foto qui davanti delle atrocità che vi ho descritto: scelgo di non metterle, ma chiudete gli occhi e immaginatele, per favore. Le ho fatte io e io ve le sto descrivendo. Non una persona che l’ha sentito dire da qualcun altro, non un affiliato a chissà quali complotti, non una Ong “in combutta con i trafficanti” (la più grande idiozia e distorsione della realtà mai sentita in vita, ancora più assurda quando proviene dalla bocca di passati e attuali ministri della mia e nostra Repubblica).

Ora, le cose sono due: potete non credermi, e allora fate come se non mi aveste mai conosciuto, giratevi dall’altra parte quando mi incontrate, cambiate strada. Amici compresi, sia chiaro. Oppure, e questo lo dico soprattutto a chi nel tempo ha iniziato a dire o giustificare frasi del tipo “sono troppi”, “li riprendano i libici”, “solo genitori sconsiderati fanno morire i propri figli in mare”: fate un respiro profondo e provate a mettervi nei panni di chi fa questi viaggi, documentandovi su quanto durano e cosa attraversano (la Libia e il Mediterraneo sono le due ultime tappe, per esempio).

Vi accorgerete, forse, che il vero buonista è chi in queste ore dice “siamo stati bravi, abbiamo convinto i libici a salvarli”, perché il retropensiero è “non ce ne frega assolutamente nulla della loro sorte”. Lo sapete che in questi minuti sul cargo che li ha recuperati sono in atto proteste strazianti perché le persone salvate non vogliono scendere in un porto libico? Le fareste anche voi, sapendo che sbarcare significa tornare a essere torturati e stuprati. Votateli pure, questi governanti che giocano con le parole e con la vita delle persone, ma sappiate che così facendo il loro retropensiero è, purtroppo, anche il vostro. E questa è la cosa che più mi addolora. Tantissimo.

Daniele Biella

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