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“Indicare la razza del bambino”: il modulo discriminatorio di un centro per DSA di Milano

“Indicare gruppo etnico o razza del bambino”. Razza. Non è il 1950, non siamo in America e non c’entrano le leggi Jim Crow. Siamo in Italia, nel 2020. E questa è una delle richieste contenute in un questionario dell’Istituto Dosso Verde di Milano, un centro di riabilitazione neuropsichiatrica e di psicoterapia dell’età evolutiva. A fare l’amara scoperta è stata Chiara, la mamma di un ragazzino di 14 anni che si era presentato insieme al padre all’Istituto per la valutazione di un possibile disturbo. Subito, Chiara, ha deciso di denunciare quanto letto nel modulo.

Così ha scritto a Fanpage.it, e ha allegato anche le foto del questionario. “Sono rimasta basita. Mi chiedo come un centro di riabilitazione Neuropsichiatrica infantile possa usare le parole con tanta superficialità. Si tratta di un posto dove si fanno diagnosi delicate, è possibile che ci si debba sottoporre anche a una domanda così offensiva e irrispettosa? La domanda sulla razza è una delle prima a cui noi – e tantissimi altri – ci siamo trovati a rispondere”.

Fanpage.it ha cercato di fare chiarezza sulla cosa, contattando immediatamente l’Istituto. E’ vero, infatti, che certi test per le terapie arrivano direttamente dagli Stati Uniti, e lì la classificazione “per razza” viene richiesta per legge. Ma in Italia no. E soprattutto, in Italia, ha un tono discriminatorio. “Possibile che nessuno l’abbia notata? La mia paura è che siano protocolli utilizzati anche da tanti altri istituti”, ammette Chiara. Per questo è stato chiamato direttamente l’Istituto, che se inizialmente non ha fornito informazioni, in un terzo momento è stato possibile parlare con la dottoressa responsabile, la quale a sua volta ha rimbalzato tutto a chi si occupa delle traduzioni: “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini.

Chiamati a loro volta, il medico responsabile conferma tutto: “Sì, quei moduli li abbiamo distribuiti noi però è una traduzione vecchia, superata, li abbiamo rifatti con una traduzione più giusta e corretta“. Al posto di “etnia o razza”, ora, si legge “nazionalità” e tra parentesi “facoltativa”. “Ormai da tempo distribuiamo quelli nuovi, però è vero che i vecchi moduli non li abbiamo mai ritirati, ed è possibile che alcune strutture neuropsichiatriche usino ancora quelli, come lei mi dice”. Infatti, come ha sottolineato la dottoressa dell’Istituto Dosso Verde, “non siamo i soli, lo fanno tutti i centri di neuropsichiatria infantile d’Italia”.

Ecco, anche se “lo fanno tutti”, e visto che tutti si sono accorti di quella parola nel modulo, sarebbe opportuno modernizzarsi e superare questa distinzione. Perché è proprio da queste cose che si riconosce un problema sociale sistemico. Ed è frustrante dover ripetere ancora che le persone sono tutte di un’unica razza: quella umana.

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