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La condizione giuridica e psicologica dei figli degli stranieri in Italia

L’era post-salviniana ha portato il nuovo governo a guardare i fenomeni connessi all’immigrazione con una lente apparentemente alternativa che, oltre alla proposta di rivisitazione dei Decreti Sicurezza, ha riaperto il discorso sulla riforma della cittadinanza per gli stranieri. Nel passato salviniano abbiamo assistito ad una pesante campagna contro lo “Ius Soli”, mentre adesso aleggiano nell’aria nuovi termini che riguardano lo “Ius Sanguinis” e lo “Ius Culturae”. Proviamo a chiarire di cosa si tratta.

Tutte e tre le espressioni si riferiscono a specifici criteri previsti dalla legge che regolamentano la possibilità, per gli stranieri, di ottenere la cittadinanza di un dato paese.

Il criterio dello “Ius Soli”, dal latino “Diritto del Suolo”, prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza. Ad oggi, questo criterio viene applicato in alcuni stati, ad esempio gli Stati Uniti, ma non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea.

La Legge del 5 febbraio 1992, n.91 stabilisce che in Italia vige lo “Ius Sanguinis” (dal latino, “Diritto di Sangue”): Un bambino è italiano solo se almeno uno dei genitori è italiano. Ciò significa che i bambini nati in Italia, figli di entrambi i genitori stranieri, sono stranieri. Non basta dunque nascere e crescere sul territorio italiano, frequentarvi le scuole, parlare l’italiano come prima lingua, adorare la pizza e sentirsi pienamente italiani per esserlo di diritto; in accordo con la legge italiana, se il tuo sangue è straniero, sei uno straniero.

I bambini nati in Italia da genitori stranieri potranno chiedere la cittadinanza solo quando diventeranno maggiorenni (e non oltre il diciannovesimo compleanno) e solo se hanno risieduto “legalmente e ininterrottamente” sul territorio nazionale. Appare evidente, dunque, come questa legge escluda dalla cittadinanza e dai suoi benefici tutti quei bambini arrivati piccolissimi in Italia e che vi hanno svolto l’intero percorso scolastico, legando la loro condizione a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere e costringere l’intera famiglia a lasciare il paese).

Attingendo ai dati ISTAT possiamo facilmente renderci conto di quanti siano i bambini che vivono questa condizione: i figli di stranieri nati in Italia tra il 1993 e il 2019 sono 971 mila mentre, in generale, i giovani figli di immigrati che hanno meno di 18 anni sono più di un milione e mezzo.

Altra possibilità prevista dalla legge italiana è la “Naturalizzazione” che permette allo straniero di ottenere la cittadinanza “per concessione” se rispetta una serie piuttosto esigente di parametri, primo fra tutti la residenza in Italia da più di dieci anni, oltre a parametri relativi al reddito del richiedente, alla tipologia di contratto di lavoro, alle caratteristiche dell’abitazione di residenza e all’assenza di precedenti giudiziari. Ma quand’anche finalmente uno straniero riesca a conformarsi a tutti i parametri richiesti, passano almeno quattro anni affinché l’iter venga effettivamente completato.

Questa condizione fa sì che gli immigrati e i loro figli restino stranieri per tempi lunghissimi, trovandosi a vivere in una condizione di sudditanza in un paese che richiede loro di obbedire a delle leggi che non possono concorrere a formare e che molto spesso tendono a comprimerne le libertà e le opportunità, esponendo la persona non solo ad ingiustizie e difficoltà giuridiche, ma anche ad una condizione di sofferenza psicologica.

A tal proposito, gli studiosi della Critical Race Theory hanno rilevato come esista un legame molto stretto tra diritto e identità e come l’identità assegnata dalla legge abbia delle influenze molto forti sull’identità psicologica. La legge, infatti, prima ancora di stabilire diritti e doveri, costruisce una classificazione della società, suddividendola in categorie che condizionano il modo in cui gli individui percepiscono il mondo, gli altri e se stessi. Dunque, a titolo esemplificativo: i sistemi di tassazione, pima ancora di distribuire le imposte, costruiscono una griglia di classificazione dei contribuenti; le norme che regolamentano il soggiorno in Italia dello straniero, definiscono prima le caratteristiche che permettono di riconoscere uno straniero e che condizionano poi la percezione della società nei suoi confronti.

È così che il sistema politico italiano ha costruito l’identità giuridica dello straniero e dell’immigrato africano, facendo confluire nella stessa categoria un gruppo di persone che in origine non hanno elementi di comunanza, dato che si tratta di persone provenienti da diverse regioni dell’Africa, appartenenti ad etnie diverse, che parlano lingue diverse e professano svariate religioni, ma che si trovano ad essere accomunate all’interno della stessa classe giuridica sulla base di conseguenze giuridiche e sociali similari.

La caratteristica comune che permette di individuare questa categoria sociale è il colore della pelle che diventa caratteristica determinante per l’istituzionalizzazione di questa classe giuridica. È così che il gruppo di soggetti provenienti dall’Africa diventa il gruppo dei “neri” e il concetto di “razza” diventa un fatto di rilevanza socio-giuridica. E dal momento che è la legge a creare artificiosamente queste identità, esse tendono ad apparire come naturali, così come diventano ovvi i giudizi (e i pregiudizi) che ne derivano.

Se applichiamo questi concetti alla condizione dei figli di stranieri nati e cresciuti in Italia, possiamo facilmente renderci conto di quanto queste costruzioni arbitrarie possano avere un impatto negativo sul loro vissuto psicologico.

Abbiamo già detto che, in base allo Ius sanguinis, il figlio di stranieri, nato e cresciuto in Italia, rimane straniero di fronte al sistema giuridico italiano e quand’anche egli non si senta straniero, la legge gli ricorderà che lo ritiene tale ogni volta che dovrà confrontarsi con la burocrazia nazionale: quando dovrà prendere una casa o firmare un contratto di lavoro, quando vorrà iscriversi all’università o sposarsi, quando vorrà partire o semplicemente restare nel paese in cui è nato avrà sempre bisogno di un permesso specifico, sperimentando l’impossibilità di decidere autonomamente per la propria vita.

Una soluzione possibile sarebbe l’introduzione dello “Ius Culturae”, il criterio in base al quale i minori stranieri nati in Italia, o arrivati entro i 12 anni, possono chiedere la cittadinanza se hanno frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè la scuola elementare o media). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni, invece, possono ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Dopo 15 anni di stop and go, lo scorso mese il nuovo governo ha ripreso in Commissione alla Camera il dibattito sulla cittadinanza con la proposta di legge firmata da Laura Boldrini (deputata di LeU, ora PD) sullo “Ius Soli”. Alla stessa commissione, nel giugno del 2018, era già stata assegnata una proposta di legge presentata da Renata Polverini, deputata di Forza Italia, che prevede lo “Ius Culturae”.

La discussione ha già sollevato le prime reazioni, come quella di Salvini, che ha promesso che darà battaglia contro “la cittadinanza facile”. Lega e Fratelli d’Italia sono in generale contrari allo “Ius Culturae”. Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle, ha detto che la questione “non è una priorità”.

Se lo “ius soli” sembra comunque essere fuori discussione, nei giorni scorsi a favore dello “ius culturae” si sono pronunciati il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti del M5S, la nuova ministra della Famiglia Elena Bonetti e il presidente della commissione Affari Costituzionali Giuseppe Brescia.

Se da un lato appare necessario riprendere il discorso sulla cittadinanza, in standby da 15 anni, introducendo delle leggi nuove che rendano la vita delle seconde generazioni più semplice, permettendo a chi partecipa di fatto all’Italia di essere italiano, una legge sulla cittadinanza più inclusiva non sarà comunque sufficiente.

Gli effetti delle istituzionalizzazioni delle identità discriminatorie, infatti, tendono a prolungarsi nel tempo. È opportuno allora che le persone comincino ad abituarsi a non percepire come inverosimile il fatto che un italiano possa avere la pelle scura, gli occhi a mandorla o che possa professare la religione musulmana. Le nuove leggi non sono sufficienti. Ci vogliono parole nuove, idee nuove, modi di approcciarsi alla realtà inediti, che si svincolino dalle vecchie classificazioni arbitrarie aprendosi alla possibilità di una cittadinanza multiculturale.

Martina Sammito,
Dottoressa in Psicologia del Ciclo di Vita & Attivista per la Tutela dei Diritti Umani

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