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La storia raccapricciante del piccolo Rayem preso a calci per una carezza. Di che colore sono le tue mani?

La storia raccapricciante di Rayem, bimbo di origini marocchine di appena tre anni, preso a calci a Cosenza da un’orrida coppia di genitori, “reo” di aver tentato di fare una carezza alla loro figlia neonata in carrozzina, mi porta alla mente ricordi non troppo lontani.

Mi riporta alla mente mani bianche su un visetto nero. Una bimba di poco più di cinque anni. Mia figlia. Mi riporta alla mente persone che la volevano toccare. Bimba africana feticcio. Bimba da toccare perché porta bene. La bimba salvata dalla fame. Una prescelta.

Ricordo signore anziane toccarla e portarsi pollice e indice alla bocca, simulando un bacio, come si fa con le statue. Bimba sacra.
Mi riporta alla mente mani di sconosciuti tentare di toccarle i capelli e il viso. Ricordo ancora uno dei primi giorni di prima elementare. Un signore di mezza età, mai visto prima, forse parente di un alunno, la avvicinò in cortile mentre ero distante un paio di metri, e le toccò i capelli ridendo. Fu un attimo. Il tempo di avvicinarmi e si era allontanato. Mi riproposi di non allontanarmi più da lei così tanto.

I miei presentimenti come sempre funzionavano, perché successe di nuovo il giorno dopo. Ma stavolta ero lì vicinissima. Fu un attimo. Il sangue alla testa. La voce mia voce alta su tutte. La gente intorno si zittì. Il tipo insisteva col fatto che non avesse fatto nulla di male, ma che fosse incuriosito dai capelli. Lo minacciai di denunciarlo per molestie e lo diffidai dall’avvicinarsi a Denise. Arrivarono le scuse, e non successe più.

Mani bianche in diritto di toccare bimbi neri senza permesso. E’ così che va.

La curiosità. Toccare ciò che non conosci. Senza permesso. Già perché i bimbi neri sembrano di nessuno. Sembrano non avere diritti. Negretti. Che quando i curiosi scoprono che hanno genitori bianchi spesso l’atteggiamento cambia. Diventano rispettosi, attenti. E io questo lo odio.
Perché i bambini sotto tutti uguali. Perché gli uomini sono tutti uguali.
Solo che alle mani nere non è permesso accarezzare la pelle o i capelli di un bimbo bianco. Nemmeno alle manine nere di un bimbo di tre anni è permesso.

Qualche settimana fa in piscina una donna, ho scoperto dopo essere un medico, guardando mia figlia nuotare e non sapendo fossi sua madre ha detto a sua figlia ad alta voce “Guarda quanto è bella quella negretta”. Non “quella ragazza”. “Quella negretta”.

Scoprendo minuti dopo che fossi la madre la donna si è sentita in dovere di riparare alla gaffe venendomi a fare i complimenti per la “bella ragazza”, non più la “bella negretta”, che era mia figlia.

Identificata dal colore della pelle. Mia figlia per qualcuno è un colore prima di essere una ragazza. E purtroppo per qualcuno mia figlia è ancora un sostantivo da decenni usato nell’accezione dispregiativa. Negra. Negretta.

Nessuno sa che il colore di mia figlia, insieme con le sue origini africane, non è la sua debolezza ma la sua forza.

Piccolo Rayem, dolce piccolo, che non dormi da due notti e chiedi a papà e mamma cosa abbia fatto di sbagliato per aver ricevuto così male, io non faccio che pensare alla tua manina, che ignorava fino a due giorni fa quanto male potesse esserci al mondo.
Tanti baci alla tua mano, piccolino

Patrizia Altini

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