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Lavoratori immigrati, in Italia generano più benefici che costi

Quanto incidono gli stranieri sulla spesa pubblica dell’Italia? Circa 500 milioni netti. A favore dello Stato. A sostenerlo è la Fondazione Leone Moressa, la quale ha presentato il Rapporto su “Dieci anni di economia dell’Immigrazione”, redatto con il contributo della Cgia di Mestre e il patrocinio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dei ministeri degli Esteri e dell’Economia e dell’Università Cà Foscari di Venezia.

Secondo lo studio, sono circa 2,3 milioni i lavoratori stranieri in Italia. Ed essi, di fatto, generano più benefici che costi. Nel complesso, infatti, non bisogna considerare solamente il lavoro, ma anche l’Irpef, i contributi previdenziali e gli altri tributi che vengono versati nelle casse pubbliche. Si parla di circa 26,6 miliardi, a fronte dei 26,1 che lo Stato spende per loro. Questo, appunto, significa che generano un surplus di 500 milioni. Che potrebbero essere 860, se si inserissero anche le regolarizzazioni dei lavoratori avviate quest’anno. Tra l’altro, gli immigrati economici, ovvero quelli che arrivano sul territorio per lavoro, rappresentano una percentuale molto bassa dei 200mila extracomunitari che lo scorso anno hanno ottenuto il permesso di soggiorno. C’è da sottolineare, inoltre, che la maggior parte, invece, riesce a ricevere il permesso grazie al ricongiungimento familiare.

Analizzando i numeri, risulta quindi che gli stranieri versano all’anno circa 26,6 miliardi in tasse, mentre lo Stato ne spende per loro circa 26,1. Il 9,5% del Pil è generato proprio dal lavoro degli stranieri: circa 146,7 miliardi. Inoltre, sono 548 mila le imprese straniere in Italia: il 10,7% del totale nazionale. Infine, grazie alla regolarizzazione dei lavoratori del 2020, giungeranno nelle casse statali altri 360 milioni annui.

C’è da considerare poi che, sebbene sia vero che dal 2010 a oggi gli stranieri residenti sono cresciuti del 44%, passando da 3,65 a 5,26 milioni, la loro presenza rimane un fattore assolutamente gestibile poiché rappresenta l’8,7% della popolazione. Prima, invece, era il 6,2%. La differenza, quindi, non è eclatante. Soprattutto, va ribadito che questo 8,7% genera il 9,5% del Pil, circa 146,7 miliardi. E ciò grazie a due milioni e mezzo di occupati. Il 44,5% dei quali, poi, lavora nei servizi.

Tra gli stranieri, inoltre, si stanno facendo spazio anche molti imprenditori. La loro percentuale è aumentata del 32,7% negli ultimi dieci anni. In tutto, sono 722mila (circa il 10% del totale italiano), in particolare cinesi, rumeni e marocchini. Le imprese straniere in Italia, invece, sono 548 mila, il 10,7% del totale nazionale, e producono un valore aggiunto pari a 125,9 miliardi. Questo significa che il loro impatto è circa il 10%, quindi una percentuale a dir poco equilibrata. Il problema, forse, si può trovare nel fatto che oggi gli stranieri sono nella maggior parte giovani, e svolgono dei lavori poco qualificati o in nero. Solamente il 12%, infatti, è laureato. Questo si potrebbe tradurre, nel lungo periodo, in un saldo negativo tra gettito fiscale prodotto e spesa per assistenza sanitaria o pensioni.

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