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Legge sulla cittadinanza, il 3 ottobre una manifestazione a Roma per chiedere la riforma

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Riforma della legge sulla cittadinanza, abolizione dei decreti sicurezza, cancellazione degli accordi con la Libia: per questi motivi sabato 3 ottobre alle 15:30 si scenderà in piazza Santi Apostoli, a Roma. Per manifestare. “La vicenda dell’esame farsa di Suarez per ottenere la cittadinanza italiana e il messaggio di ingiustizia sociale nei confronti di oltre un milione di giovani, nati e/o cresciuti in Italia, riportano con forza la discussione sulla riforma della cittadinanza. Un argomento su cui la politica non trova il coraggio per compiere un passo decisivo”, si legge nella descrizione dell’evento pubblicato su Facebook

Un argomento, oseremmo dire, che alla politica non interessa affrontare. Nonostante il numero di immigrati, nonostante l’Italia possa essere considerata a tutti gli effetti un paese multiculturale. “Il momento della riforma della cittadinanza è adesso. Non possiamo più aspettare. Ce lo chiedono i bambini privi di una fondamentale garanzia: essere riconosciuti come italiane e italiani a tutti gli effetti”. Con i decreti sicurezza, tuttavia, la speranza di essere identificati come tali si è allontanata sempre di più. Ma l’articolo 3 della Costituzione è chiaro: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo dovremmo ricordarcelo, dovrebbero ricordarselo.

“Chi vive in Italia- si legge ancora nella descrizione- si è formato qui. Appartiene al Paese, contribuisce al suo sviluppo e alla sua cultura. Ha diritto a una piena inclusione nella comunità politica. Per questo motivo scendiamo in piazza, perché non vogliamo continuare ad avere una cittadinanza “in locazione”. Vogliamo essere proprietari di un’appartenenza che non ci può essere negata. Vogliamo una bandiera che includa, riconosca e valorizzi la storia storia comune come quella del partigiano italo-somalo Giorgio Marincola, a cui oggi è intitolata la fermata della metro C di Roma. Scendiamo in piazza per rompere il binomio immigrazione-sicurezza, per chiedere l’abrogazione dei decreti che hanno peggiorato la condizione degli ultimi, indipendentemente dalla loro provenienza”.

Non è una questione di pretese, è una questione di civiltà, “di equità sociale e giustizia che accomuna tutti e tutte le generazioni.” Anche la data non è casuale: il 3 ottobre, infatti, è la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione istituita dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa. Un tragedia che causò 368 morti e 20 presunti dispersi. Una delle più grandi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del 21esimo secolo. E’ una manifestazione “per chi non ha rinunciato alla speranza, ma che non trovato il giusto approdo in mezzo al mare. Per questo ribadiamo che servono corridoi umanitari e la cancellazione degli accordi con la Libia. Lottiamo per la parità e l’abolizione del sistema discriminatorio. Siamo solidali con gli ultimi, gli invisibili senza distinzione di classe, orientamento sessuale e origine etnica.”

Quello che si chiede con questa manifestazione è semplice: un incontro tra le Istituzioni e la delegazione di cittadini con background migratorio, così da riuscire finalmente a portare a termine la riforma della cittadinanza.

Il gruppo Italiani senza cittadinanza, poi, tramite una lettera ha tentato di farsi ascoltare anche dal ministro dell’Interno Lamorgese. “Siamo ragazze e ragazzi in lotta per i diritti di un milione di italiani dal 2016. Siamo giovani cresciuti in Italia, ma che finora gli italiani hanno deciso di emarginare, rendendo ancora più vulnerabili delle persone già in difficoltà”. Sono giovani che ogni giorno fanno parte della vita del Paese: studiano, lavorano, sono nati o anche solo cresciuti qui. Sono italiani a tutti gli effetti. ” “Noi” siamo “voi”, ammesso che una divisione del genere davvero esista. Siamo parte di questa Italia che tanto adoriamo, ma che, in quanto giovani, tanto ci dimentica”. Da ormai molto tempo i giovani sono tra gli ultimi pensieri della politica italiana: l’Italia a tutti gli effetti “non è un Paese per giovani”, anzi. Ma se sei straniero, ancora di più.

Non avere la cittadinanza significa affrontare diverse difficoltà. Un esempio è il non poter votare nel Paese dove sei cresciuto, che senti tuo. Nella “settimana del referendum per il taglio dei parlamentari, molti di noi già maggiorenni sono stati esclusi dei loro diritti civili unicamente per via delle origini straniere ereditate dai nostri genitori. Il tutto nel 2020, in una democrazia europea sviluppata”.

“Nel nostro paese c’è un accanimento burocratico nei confronti del nostro stesso avvenire, creando ragazzi di serie A e ragazzi di serie B. Questi ultimi sono esclusi da certe professioni, dagli Erasmus, dalle visite di studio negate per via di visti da richiedere alla luce della cittadinanza di origine, insomma da una vita normale. Essere di serie B significa non avere diritto né alla propria identità, né ad essere ciò che si è.” Questo, a maggior ragione, quando vengono alla luce casi come quello del calciatore Suarez. “Soprattutto però significa vivere i traumi psicologici che comporta il rischiare di essere deportati (o addirittura “portati” per la prima volta) in un paese lontano e a noi estraneo.”

Qui si inserisce prepotentemente la questione della cittadinanza: “Si discute da anni di una riforma della legge 91/1992, quella legge anacronistica, ancora in vigore, che disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana. Ma puntualmente veniamo relegati ai margini della società dalle istituzioni che, tradendoci e abbandonandoci, scelgono ancora una volta di essere dalla parte sbagliata della storia. Bisogna agire subito, abbattendo il requisito dei redditi per chi ha completato un percorso di vita e di crescita in Italia e abbattendo il requisito della residenza continuativa se ci si trova fuori dall’Italia in alcuni periodi per motivi di lavoro o di studio, pur conservando legami affettivi con il paese”.

Non chiedono altro che essere riconosciuti: “Vogliamo essere uguali ai nostri coetanei “col pedigree” anche nelle possibilità che abbiamo per cercare di costruirci un futuro migliore. Ma soprattutto, bisogna allineare i tempi di ottenimento del passaporto italiano alla media europea di sei mesi o un anno. Se un calciatore straniero può o “deve” diventare cittadino in due settimane, perché degli italiani di fatto devono aspettare quattro anni? Se un motivo ragionevole esiste, non può che essere squisitamente politico e xenofobo e non bisogna nascondersi dietro ai tempi della burocrazia anziché lottare per accorciarli”.

Ciò che ancora sembra assurdo, è dover combattere per tutto questo: “Noi rivendichiamo unicamente il diritto ad essere ciò che già siamo, italiani di fatto e di cittadinanza.”. E quindi “bisogna calendarizzare subito in agenda di governo la riforma cittadinanza, anche se in realtà siamo in ritardo di un decennio, ma meglio tardi che mai”.

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