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Naufragio a largo di Lampedusa: l’ennesima conseguenza degli accordi tra l’Italia e la Libia

Solamente negli ultimi due giorni si sono verificate due stragi. Un barchino con a bordo venti persone è naufragato ieri a 30 miglia da Lampedusa, in acque internazionali. Quindici immigrati sono stati tratti in salvo da un peschereccio di Mazara del Vallo che si trovava nelle vicinanze, che dopo l’intervento ha preso la rotta per Lampedusa. Tra i superstiti, due sono risultati positivi al cororavirus, per questo ora tutti i migranti sono tenuti in isolamento. Cinque persone, invece, sono scomparse nell’incidente. Intanto, le condizioni del mare stanno peggiorando di minuto in minuto, facendo perdere ogni speranza.

Alcuni giorni fa, poi, a largo della costa di Sabratha, in Libia, sono morte almeno altre quindici persone. A dare la notizia è stata l’Organizzazione mondiale dei migranti. In tutte e due le tragedie, nessuna motovedetta libica si è mossa dal porto di Tripoli per dare soccorso.

Tutto questo non è altro che una conseguenza degli accordi tra la Libia e l’Italia. Accordi che, piano piano, stanno tagliando fuori Roma a favore della Turchia. E di fronte a tutto questo il nostro Paese rimane in silenzio. Non bastava la gestione del flusso migratorio lungo le rotte orientali, ora, infatti, Erdogan controlla anche la cosiddetta Guardia costiera libica. E questo non è affatto positivo.

Perchè non sono intervenuti nelle due stragi? Perchè impegnati negli addestramenti. Le motovedette donate dai governi Gentiloni e Conte, infatti, da alcuni giorni vengono utilizzate dagli istruttori turchi per insegnare ai colleghi libici come pattugliare l’area di ricerca e soccorso. Tutto questo grazie non solo alla progettazione, ma anche ai finanziamenti dell’Italia.

Come riporta l’Avvenire, e secondo quanto riferiscono alcune fonti in Turchia e in Libia, Tripoli e Ankara decideranno d’intesa quando intercettare i migranti in mare e quando invece lasciarli raggiungere le coste italiane. “Se davvero Erdogan potrà disporre liberamente della cosiddetta Guardia costiera libica, il rischio è che ai traffici disumani seguano nuove stragi in mare e che la Turchia possa utilizzare i flussi migratori come arma di ricatto anche sulla rotta centrale del Mediterraneo”, commenta Alessandra Ermellino, esponente del Gruppo Misto in Commissione difesa alla Camera, e autrice di numerose interpellanze sul caos libico.

“Doneremo altre 12 motovedette alla Libia con conseguente formazione degli equipaggi per continuare a proteggere vite nel Mediterraneo”, aveva dichiarato lo scorso 27 giugno 2018 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Un vero e proprio ossimoro. Era già chiaro dai tempi di Minniti, è stato confermato poi da Salvini e ora non esiste più alcun dubbio a riguardo: con quella scelta l’Italia ha consapevolmente deciso di abbandonare i migranti in mare. Di lavarsene le mani.

Tra il 2017 e il 2018, va poi ricordato, “la Guardia Costiera italiana ha sostenuto la Libyan Coast Guard con 1,8 milioni di euro“, si legge in una nota della Commissione Ue datata 5 ottobre 2020. Per la prima volta, tramite questo documento è stato confermato che l’istituzione dell’ampia area di ricerca e soccorso libica è da ricollegare al governo Gentiloni: “Con la notifica formale della Libia della loro area Sar all’Organizzazione marittima internazionale e con la conduzione di uno studio di fattibilità per l’istituzione di un centro di coordinamento del salvataggio marittimo libico”. Tradotto: è stato sponsorizzato dall’Italia.

I tanto discussi “memorandum d’intesa” con Tripoli, rinnovati l’ultima volta lo scorso 7 febbraio, e il rifinanziamento dell’impegno italiano votato dal parlamento il 16 luglio, rischiano di avere effetti devastanti, controproducenti e che metteranno in difficoltà anche Roma. Di fatto, saranno solo le autorità di Tripoli, in accordo con Ankara, a controllare nella Sar libica. E questo non prevede il coinvolgimento italiano. D’altra parte, Erdogan conosce bene i suoi vicini. Sa che Conte, prima di sollevare delle pretese, dovrà sciogliere non pochi nodi.

Secondo l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal), l’analisi dei dati Istat sul commercio estero “evidenzia che da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono stati esportati in Turchia più di 85 milioni di euro di “armi e munizioni”, una cifra che costituisce il massimo storico dal 1991”. Ci si attende, poi, di poterla superare entro un anno. Solo nel primo semestre del 2020, infatti, “l’export si attesta a quasi 60 milioni di euro. Si tratta in gran parte di munizionamento pesante”. Si sa: era, è e sarà sempre tutta una questione di soldi. Anche a costo di giocare con le vite umane.

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