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Piano d’azione dell’Ue contro il razzismo, la speranza è che non siano parole al vento

In Europa il tema del razzismo sta finalmente entrando a far parte dell’agenda politica. Già a giungo la Presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen aveva lanciato un messaggio di condanna durante un discorso pronunciato di fronte al Parlamento europeo: “Dobbiamo parlare di razzismo, apertamente e onestamente. E dobbiamo agire”. Alcuni mesi dopo, precisamente il 18 settembre, poi, è stato presentato il Piano d’azione dell’Unione europea contro il razzismo 2020-2025. Al suo interno sono contenute una serie di novità, ma anche alcuni antichi vizi dell’approccio comunitario.

Per la prima volta, in un documento ufficiale compare il concetto di razzismo strutturale: discriminazioni, idee e comportamenti razzisti non vengono più identificati solamente come degli atti imputabili a singoli individui, ma anche come espressioni di un intero sistema, sia esso pubblico, istituzionale, sociale e culturale. Con questo, si agevola anche l’identificazione del razzismo nelle sue varie forme, sia implicite che esplicite, consolidate nei pregiudizi, negli stereotipi, nelle diseguaglianze e nelle discriminazioni. Con un passaggio storico, quindi, il razzismo viene scisso in due: quello individuale e quello strutturale. Una novità tanto quanto un limite.

I comportamenti individuali e collettivi, infatti, intesi come quelli di un insieme di individui, sembrano essere messi sullo stesso piano laddove il riconoscimento del carattere sistemico del razzismo dovrebbe portare al riconoscimento di un legame proprio tra il razzismo strutturale e quello individuale. Questa cosa, invece, non viene distinta. Il piano, inoltre, individua la valutazione del quadro giuridico comunitario, e prevede diverse misure per monitorare l’applicazione da parte degli stati membri della Direttiva 43/2000. Essa attua il principio della parità di trattamento a prescindere “dalla razza e dall’origine etnica”, vietando la discriminazione in vari settori, come quello dell’occupazione, dell’istruzione e della protezione sociale. Inoltre, viene affrontato anche il tema della Decisione quadro sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale.

Per agevolare l’attuazione della Direttiva, e garantirne il rispetto, la Commissione ha identificato tre obbiettivi: individuare le lacune normative nell’applicazione della direttiva, predisporre una relazione al Consiglio nel novembre del 2020 che orienti anche le procedure di infrazione prioritarie e avanzare, se necessario, nuove proposte legislative nel 2022. Tutto questo simboleggia l’impegno della Commissione nella lotta contro il razzismo, ma non la risposta penale garantita dagli Stati membri. Per questo è stato previsto anche un monitoraggio dei reati incitamento all’odio online e una maggiore vigilanza sui servizi digitali e sui servizi di media audiovisivi.

Se la Commissione, inoltre, fa riferimento all’attuazione della “parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione o dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età o dall’orientamento sessuale”, non tratta invece la questione della nazionalità e dell’origine nazionale. Questo fattore, oggi, è uno di quelli più scatenanti di episodi di razzismo. Di fatti, la sua inclusione è oggetto di una lunga battaglia portata avanti dal movimento antirazzista. L’esclusione di questo principio riflette perfettamente la netta separazione tra le politiche volte a prevenire e contrastare il razzismo e le politiche migratorie e sull’asilo. E si traduce, nei fatti, nell’ostacolare la garanzia dei diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati che subiscono discriminazioni, soprattutto quando queste hanno carattere istituzionale. Tra l’altro, la si può considerare anche lo specchio di ciò che da sempre differenzia l’operato della Commissione e quello dell’Unione europea. In questo senso, la si può ritener una grave lacuna.

Alcune misure, poi, sono state pensate per contrastare le discriminazioni commesse dalle forze dell’ordine. In particolare, si fa riferimento all’ethnic profiling e al fenomeno dell’unger-reporting. Si punterà, quindi, a una migliore formazione degli operatori e all’elaborazione di nuove linee guida volte a favorire la denuncia dei reati razzisti. Come sottolinea un documento prodotto dall’Agenzia europea per i Diritti Fondamentali, infatti, “gli Gli agenti di polizia possono tener conto di queste caratteristiche (etniche, ndr) nel momento in cui attuano un fermo, ma non ne possono utilizzare nessuna come unico o principale criterio per fermare una data persona”. Quindi, in sostanza, esse possono essere tenute in considerazione nelle operazioni, basta che non siano l’unico motivo di un fermo.

Un’occhio di riguardo sarà posto anche sulle nuove tecnologie che, se utilizzate in modo errato, possono portare a comportamenti discriminatori. “Gli studi hanno dimostrato che gli algoritmi di riconoscimento facciale basati sull’IA possono comportare percentuali elevate di errori di classificazione quando sono applicati ad alcuni gruppi demografici, come le donne e le persone appartenenti a minoranze razziali o etniche. Ne possono derivare risultati distorti e, in ultima analisi, forme di discriminazione. La Commissione e l’agenzia EU-LISA stanno studiando tecnologie di riconoscimento facciale da utilizzare nei grandi sistemi informatici dell’UE per la gestione delle frontiere e la sicurezza”.

Gli atti di razzismo, comunque, possono verificarsi in qualsiasi luogo e in qualunque momento. Per questo verrano spinte delle misure politiche e dei programmi di finanziamento indirizzati a garantire eguali diritti alle categorie vulnerabili. In particolare, si pensa alla lotta contro le discriminazioni nell’accesso al lavoro e sul lavoro, con l’annuncio di una raccomandazione specifica dedicata all’istruzione e alla formazione professionale. Ma anche al rafforzamento della garanzia per i giovani, allo scambio di esperienze tra i servizi pubblici per l’impiego europei e il rafforzamento del ruolo delle imprese sociali nella lotta contro le discriminazioni. Sapendo poi che il razzismo può partire anche dal basso, è stato prevista l’introduzioni dei temi dell’eguaglianza e dell’inclusione nel piano di azione europeo per l’istruzione digitale e il consolidare il ruolo della sensibilizzazione dei giovani già svolto grazie al programma Erasmus+, ma anche dal Corpo europeo di Solidarietà.

La conoscenza e la memoria, poi, sono due pilastri fondamentali per combattere il razzismo. Da questo punto di vista, non si può dire che le proposte del piano siano soddisfacenti. Esse si limitano, infatti, a raccomandare la celebrazione delle principali giornate della memoria legate alle discriminazioni, e a proporre l’introduzione nella programmazione scolastica della storia delle minoranze. Così come la scuola ha un ruolo fondamentale in questa battaglia, anche la stampa può far la differenza. Per questo la Commissione si propone di intervenire con una formazione, in modo da limitare la narrazione stereotipata e la sotto-rappresentazione delle minoranze.

Per riuscire ad attuare tutto questo, però, è assolutamente necessaria la collaborazione dei singoli Stati. Perciò viene dato forte risalto ai Piani d’azione nazionali contro il razzismo e la discriminazione. Gli Stati membri, infatti, sono incoraggiati ad adottarli entro il 2022 e a riferire sull’effettiva attuazione, seguendo le linee guida che la Commissione presenterà entro il 2021. Speriamo sarà sufficiente una singola raccomandazione, piuttosto che un’imposizione. E’ considerata fondamentale, inoltre, la collaborazione con gli enti locali e con il settore privato, per questo saranno previsti degli incentivi e degli strumenti in grado di favorire la lotta contro il razzismo.

L’ascolto e il dialogo tra i diversi livelli istituzionali, infatti, sono considerati una proprietà, e la scelta di nominare un Coordinatore antirazzismo, in grado di far dialogare gli Stati membri, la Commissione e la società civile, in particolare le minoranze, sembra esserne la dimostrazione. Ora bisognerà attendere i prossimi mesi, per vedere se ciò che sulla carta può essere un primo passo verso la lotta contro il razzismo, si trasformerà in qualcosa di concreto. Ci auguriamo non restino delle semplici esortazioni di facciata, visto che molte misure non comportano dei vincoli stringenti per gli Stati membri.

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