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Rifugiati: 35 euro al giorno, alberghi di lusso e Wi-Fi. Luoghi comuni da smentire

Nell’epoca dei social e delle fake news, delle informazioni utilizzate in modo parziale per distorcere la realtà e canalizzare la frustrazione sociale verso i migranti, è importante fare chiarezza per riportare il pensiero automatico alla realtà.

Uno dei principali luoghi comuni sull’immigrazione attribuisce ai profughi e ai richiedenti asilo uno stipendio di 35 euro giornalieri, senza svolgere alcuna attività lavorativa. Quindi, nell’immaginario comune, l’immigrato in Italia avrebbe diritto a € 1.050 al mese (di base). Nel corso del tempo le credenze popolari hanno aggiunto a questo “pacchetto immigrazione” una serie di ulteriori benefits che includono: vitto e alloggio in hotel di lusso, Wi-Fi, un pacco di sigarette e una ricarica al cellulare pro capite e pro die. Se queste cifre corrispondessero a realtà, si giustificherebbe un altro luogo comune sull’immigrazione, ovvero che “tutti gli immigrati vogliono venire in Italia per vivere di assistenzialismo” e anche io vorrei fare l’immigrato di professione per poter vivere questa “pacchia”.

Questa leggenda, il cui esito è stato quello di fomentare una guerra tra poveri, è nata dalla cifra che il Ministero dell’Interno ha calcolato come spesa media quotidiana per l’accoglienza dei migranti adulti.

La bufala dell’accoglienza in hotel di lusso ha vissuto la sua massima condivisione nel periodo successivo al terremoto del 24 agosto 2016 che ha colpito il Centro Italia, con l’obiettivo di contrapporre questa (presunta) accoglienza a cinque stelle alle sistemazioni di fortuna approntate per gli sfollati del sisma di Amatrice.

Il populista, un sito di propaganda legato alla Lega e di cui Matteo Salvini è co-direttore, ha pubblicato il 26 agosto un articolo intitolato “Hotel di lusso, ville e piscine” riportando una lista di strutture lussuose all’interno delle quali vivrebbero gli immigrati, a spese degli italiani. La notizia è stata poi smentita da “Il Post” che, visitando le stesse strutture e parlando con i gestori e gli ospiti, ha evidenziato come la realtà non abbia nulla a che vedere con le suggestioni pubblicate su Il populista, riportando, tra l’altro, come alcune delle strutture menzionate erano già chiuse da anni.

Se non è vero che gli immigrati hanno diritto a 35 euro al giorno, qual è la verità? Come funziona il sistema di accoglienza italiano? Da chi è finanziato? Proviamo a chiarire.

I CENTRI DI ACCOGLIENZA SONO FINANZIATI DA FONDI NAZIONALI ED EUROPEI
Il sistema di accoglienza in Italia sfrutta i finanziamenti del Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo (FNPSA) erogati dal Ministero dell’Interno per finanziare i centri di prima accoglienza e gli hotspot (dove i migranti appena arrivati in Italia ricevono le prime cure mediche, vengono sottoposti a screening sanitario, identificati e fotosegnalati e possono richiedere la protezione internazionale) e quelli di seconda accoglienza che fanno riferimento al SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) che, dopo la riforma Salvini, ha sostituito lo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), oltre ai Centri di Accoglien-za Straordinaria (CAS), un ibrido tra prima e seconda accoglienza.

Questi fondi possono essere destinati esclusivamente alla gestione dei flussi migratori e all’accoglienza dei richiedenti asilo e non possono essere dirottati o utilizzati per investimenti differenti rispetto a quelli per cui il fondo è stato istituito, dato che rispondono all’obbligo di accoglienza che tutti gli stati che riconoscono il diritto di asilo devono adempiere.

All’interno del FNPSA confluiscono anche i Fondi istituiti dall’Unione Europea, nello specifico il Fondo per l’Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) che si concentra sulla gestione integrata della migrazione, sostenendo tutti gli aspetti connessi al fenomeno, incluso l’asilo, la migrazione regolare, l’integrazione ed il rimpatrio dei cittadini stranieri. Anche i Fondi Europei non possono essere modificati o utilizzati per finanziare settori differenti da quelli per cui sono stati istituiti.

I FONDI SONO DESTINATI AGLI ENTI LOCALI E AGLI ENTI PRIVATI (E NON AGLI IMMIGRATI)
In una deliberazione pubblicata dalla Corte dei Conti, inerente la gestione del FNPSA si legge che “Vengono assegnati contributi in favore degli enti locali che presentino progetti destinati all’accoglienza per i richiedenti asilo, rifugiati e destinatari di protezione sussi-diaria”.

Ciò significa che i fondi vengono erogati agli enti locali (Comuni) che scelgono di aderire allo SPRAR/SIPROIMI. Il comune, una volta ottenuto il finanziamento, pubblica a sua volta una gara d’appalto per assegnare le risorse ottenute ad un ente gestore non profit (le famose “cooperative”). La proposta migliore (ovvero più economica) ottiene l’appalto per la gestione del progetto SPRAR/SIPROIMI. Questo sistema, però, conta poche adesioni e per tale motivo, l’incremento del numero di richiedenti asilo, ha reso necessario interve-nire tramite forme di accoglienza straordinaria. Anche i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e i CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) sono gestiti dal Mini-stero dell’Interno e attingono al FNPSA attraverso le prefetture che appaltano i servizi a enti privati mediante bandi di gara.

Il sistema di accoglienza, dunque, è finanziato dal Ministero dell’Interno, che attinge le risorse dal Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’asilo e ai Fondi Europei, devolvendo agli enti locali (E NON AI RIFUGIATI) delle somme in base alla stima che, per accogliere un migrante adulto, servano circa 35 euro al giorno che diventano 45 per i minori. La stessa cifra si ritrova nei bandi indetti per reperire posti CAS: le prefetture offrono la cifra massima di 35 euro al giorno a persona, riservandosi di aggiudicare i bandi col criterio del massimo ribasso (a parità del servizio, vince chi spende meno).

Semplificando, sono i Comuni e gli enti privati a ricevere i 35 euro al giorno per persona da usare per ogni servizio utile all’accoglienza. NON GLI IMMIGRATI.

COME VENGONO SPESI I 35 EURO AL GIORNO?
Oltre agli alloggi, gli enti gestori sono chiamati a fornire una serie di beni e servizi, specifici a seconda dei bandi e della struttura di accoglienza, che includono: pulizia e igiene ambientale (che sono comunque anche svolti dagli ospiti in autogestione); vitto (colazione e due pasti principali, meglio se gestiti in autonomia dagli ospiti); attrezzature per la cucina; abbigliamento, biancheria e prodotti per l’igiene personale di base; una scheda telefoni-ca e/o ricarica. Altri servizi per l’inserimento sociale includono: iscrizione alla residenza anagrafica del comune; ottenimento del codice fiscale; iscrizione al servizio sanitario nazionale; inserimento a scuola di tutti i minori; supporto legale; servizi di mediazione linguistica e culturale; realizzazione di corsi di lingua italiana, o iscrizione e accompagnamento a corsi del territorio; orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo; orientamento e accompagnamento all’inserimento abitativo; attività socioculturali e sportive. Per fare tutto questo ci vuole personale e anche il personale dovrebbe ricevere un compenso mensile.

Per semplificare, i 35 euro al giorno per persona devono essere investiti dai centri di accoglienza per finanziare tutti i servizi di accoglienza e inserimento sociale.

QUANTI SOLDI FINISCONO NELLE TASCHE DEI MIGRANTI?
Abbiamo già chiarito che i 35 euro al giorno non arrivano direttamente nelle mani degli immigrati ma in quelle di Comuni ed enti privati. Cosa rimane allora per gli immigrati?

L’unica parte dei 35 euro che viene erogata ai richiedenti protezione internazionale direttamente in mano è il “pocket money”, una base di sostentamento che dovrebbe responsabilizzare rifugiati e richiedenti asilo sull’utilizzo dell’euro con il quale, all’arrivo in Italia non hanno alcuna dimestichezza. L’importo del pocket money è alquanto variabile: ufficialmente varia da un minimo di 2 euro al giorno per persona fino ad un massimo di 7,50 euro per nucleo familiare (e una singola ricarica telefonica di 15 euro all’arrivo). È con questa quota giornaliera che i richiedenti asilo affrontano le spese quotidiane personali, che comprendono le ricariche nazionali e internazionali, essenziali per comunicare con i familiari rimasti nei paesi di origine e aggiornarli sulle proprie condizioni di salute, le sigarette (che non sono incluse nel “pacchetto-pacchia”) e qualsiasi altra cosa vada oltre i servizi offerti dalla specifica struttura di accoglienza.

Nella realtà concreta queste cifre sono molto più variabili e contenute. Alcune comunità sono finite al centro dello scandalo, perché lucravano sulle risorse da destinare ai migranti, intascando o dirigendo su conti personali parte dei fondi destinati alla gestione dell’accoglienza, trattenendo, tra gli altri, anche i soldi del pocket money. Altre comunità erogano pocket money che non superano i 5 euro a settimana per persona. Se vogliamo semplificare anche questa volta, i soldi destinati alle tasche degli immigrati sono, in media, € 2 al giorno (E NON € 35 AL GIORNO PER PERSONA).

Ora provate a chiedervi come gestireste la vostra vita con un importo che varia dai 5 auro ai 14 euro a settimana? Come fareste a mantenere i vestiti firmati, le sigarette, l’aperitivo del venerdì pomeriggio o la pizza del sabato sera, la benzina per il motorino, il make-up, le ricariche, i cocktail in spiaggia o la birra al pub con gli amici, l’abbonamento a Netflix, Spotify o in palestra, l’ingresso in discoteca o l’ultimo modello dell’Iphone?

Proviamo ad andare oltre i luoghi comuni, a metterci nei panni dell’altro, per capire se la realtà è davvero quella costruita dagli stereotipi o se, oltre a questi, esiste un’altra realtà che stiamo trascurando.

Martina Sammito
Dottoressa in Psicologia del Ciclo di vita & Attivista per la tutela dei diritti umani

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