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Storie di cittadini di “serie B”, Annalisa: “Ho vissuto la cittadinanza come una concessione”

Con Cara Italia ogni giorno ci impegnano a raccontare le testimonianze di giovani italiani figli di stranieri, che lottano per vedersi riconosciuta la cittadinanza. Molti sono nati qui, altri sono arrivati da piccoli, tutti sono accomunati dallo stesso principio: si sentono, e sono, italiani. Solamente lo Stato fatica a riconoscerli, succube di una burocrazia e di una legge sulla cittadinanza troppo vecchia. Oggi vi proponiamo la storia di Annalisa Ramos Duarte, una ragazza di 26 anni figlia di genitori capoverdiani.

Annalisa sta frequentando la laurea magistrale in Sviluppo economico, è nata a Firenze, e sogna di lavorare nell’ambito internazionale. A differenza di tanti altri di cui abbiamo già parlato, lei è riuscita a ottenere la cittadinanza italiana al compimento dei 18 anni. “Ho vissuto con disincanto questo obiettivo, perchè mi è sembrata una concessione. Per questo non mi sono sentita orgogliosa. La cittadinanza in un Paese dove sei nato e cresciuto è un diritto che deve essere riconosciuto. E’ inconcepibile, come è successo a me, dover chiedere il permesso di soggiorno”, racconta all’AgenSir.

Nonostante sia nata in Italia, quando frequentava le medie ha dovuto affrontare quello che lei stessa definisce “un periodo buio: ero stata per un anno a Capo Verde con mia madre. Quando sono tornata avevo dimenticato un po’ la lingua, cos’ la scuola mi ha inserito in un gruppo di alfabetizzazione con ragazzi immigrati e da poco trasferiti in Italia. All’inizio è andata bene, perchè ero un po’ spaesata. Quando però ho recuperato, mi è sembrata un’ingiustizia. Mi sentivo italiana, e mi sembrava che non mi fosse riconosciuta la mia identità“, ricorda.

Non sono mancate le difficoltà. In particolare, però, le ha riscontrate nei rapporti con gli adulti. “La mia speranza per un’Italia migliore sono i giovani“, ammette. “Loro non sono spaventati dalla diversità, al massimo sono curiosi. Io ho amicizie sia con coetanei italiani, sia capoverdiani. Mi sento vicina sia agli uni che agli altri. Mia madre mi ha insegnato ad apprezzare la cultura capoverdiana e la scuola quella italiana. Per questo motivo io mi sento italiana al 100%, ma anche capoverdiana al 100%“.

Avere la possibilità di conoscere due culture, infatti, può essere solamente considerata come una fonte di ricchezza. Tuttavia, ammette, alcune volte le persone non capiscono questo suo appartenere a due culture differenti. L’aumentare dei movimenti xenofobi, in Italia come nel resto dell’Europa, poi, non facilita l’integrazione. “La politica e la società non vanno di pari passo. Se da un lato alcuni politici fomentano contro gli immigrati, dall’altro nella società ci sono tante persone aperte. Spero che queste chiusure della politica siano passeggere. Mi auguro che l’Europa diventi sempre più unita e rinforzi l’appartenenza. Al tempo stesso, però, è necessario mantenere la libertà di muoversi tra i Paesi dell’Unione, e vivere in un mondo più aperto e senza pregiudizi”, osserva.

Il suo pensiero è figlio non solo dell’esperienza che l’ha fatta diventare ciò che è oggi, ma anche dei suoi studi. “Mi piacerebbe molto lavorare nel campo della cooperazione internazionale, magari come project manager di una Ong, viaggiare e rendermi utile alla società”, ammette.

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