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Storie di cittadini di “serie B”, Mariya: “Senza cittadinanza non posso votare e contribuire alle decisioni sociali”

“Dal primo giorno che ho messo piede in Italia ho dovuto imparare a mediare. Da quando ho iniziato a frequentare le scuole, infatti, ho dovuto riflettere sulle differenze. Io spiego me stessa agli altri, e intanto imparo a capire gli altri: è uno scambio e io lo vedo come una ricchezza enorme”. Mariya ha trent’anni, è di origine bielorussa ed è arrivata in Italia all’età di 16 anni. Vive a Napoli, dove di occupa di mediazione culturale sanitaria. Cosa l’accomuna alle altre storie che abbiamo raccontato nella nostra rubrica sui cittadini “di serie B”? Nemmeno lei riesce a rivendicare il diritto di riconoscimento della cittadinanza italiana.

“Mi chiamo Mariya, ho trent’anni, vivo da 14 anni a Napoli: mi considero una bielorusso-napoletana. Attualmente faccio la mediatrice culturale nell’ambito sanitario. Crescendo, ho maturato una riflessione sempre più profonda sulla cittadinanza: è vero che non sono nata qua, ma io non mi ritengo straniera. Ho solo qualcosina in più, ma me la cavo benissimo in Bielorrusia come bielorussa, e a Napoli come napoletana”, ha raccontato a Tv2000.

“Quando mi chiedono: “Che lavoro fai?”, è difficile rispondere. Io sono il mio lavoro. Dal primo giorno che ho messo piede in Italia, ho dovuto imparare a mediare. Da quando ho incominciato le scuole, ho sempre riflettuto sulle differenze che bisogna affrontare, non come una cosa negativa, ma capendole e vivendole. Da quando sono qua, in un certo senso spiego me stessa alle persone che mi stanno vicine, e così a mia volta le conosco. E’ un continuo scambio, e io la vedo come una ricchezza enorme.”

Per me Napoli non è un’esperienza: è la mia vita. I napoletani sono i miei amici, sono i miei affetti. Io mi sento napoletana. La mia famiglia è l’espressione della società in cui viviamo: è un po’ mista. Il mio fidanzato è napoletano, mio padre acquisito è italiano, mia mamma è bielorussa, mio fratello è italiano, ma vive in Bulgaria, mia sorella invece è polacca, perchè da anni studia lì. E’ variopinta”, racconta con il sorriso sulle labbra di chi sa riconoscere le diversità come una ricchezza.

Il percorso di Mariya lo si può definire una perenne salita. “Sarebbe stato bello avere un mediatore culturale a scuola. Mi sarebbe stato utile per spiegare agli altri che non ero una persona chiusa, antipatica, muta, ma che dovevo impegnarmi di più. Studiare era l’unico modo che avevo per imparare la lingua. Anche perché non avevo amici, quindi non uscivo mai. Grazie alla mia esperienza, che non è stata semplice, oggi cerco di orientare e aiutare le persone, evitando magari alcuni atteggiamenti che all’epoca, quando avevo bisogno d’aiuto io, mi hanno dato molto fastidio. A volte le persone che provavano pietà nei miei confronti mi facevano sentire inferiore. Potrebbe essere strano, però la compassione smisurata e il sentirsi dire “poverina, sei straniera”, a un certo punto mi ha provocato un isolamento“.

Mariya si sente una cittadina italiana, le manca solamente il riconoscimento ufficiale. “La cittadinanza mi spetterebbe di diritto. Perchè se io ho qualcosa in più, cioè un’altra cittadinanza e un’altra origine, non ho diritto a essere equiparata alle altre persone che fanno la mia stessa vita, le mie stesse cose, che vanno dal mio stesso macellaio, vanno nel mio stesso parco, pagano i contributi, le tasse e tutto il resto proprio come me? Lo stesso vale per il diritto di voto: io contribuisco alla società, poi mi guardo intorno e vedo tanti italiani che non partecipano allo stesso modo alla vita sociale della città, del paese in cui vivono. Però loro hanno il diritto di scegliere, e magari lo fanno in base ai luoghi comuni, ai pregiudizi. Perchè io non posso partecipare alle decisioni che mi influenzano?

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