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Storie di cittadini di “serie B”, Mohamed: “Senza cittadinanza potrei essere espulso da un momento all’altro”

Certe persone sono costrette a vivere un’intera vita lottando per essere riconosciute. E’ il destino degli italiani di seconda generazione, i figli di immigrati che lo Stato dimentica. Un esercito da quasi 1 milione di persone, tutte in continua attesa della cittadinanza italiana. Molte sono nate qui, altre sono arrivate da piccole per scelta dei genitori. E una volta diventate grandi, si sono trovate a dover combattere contro una burocrazia che sembra formata solo da nodi difficili da sciogliere. Li abbiamo chiamati cittadini di “serie B”, e con la nostra rubrica stiamo raccogliendo le loro testimonianze.

Oggi vi raccontiamo di Mohamed, un uomo giunto in Italia all’età di cinque anni. Vive a Roma, e di professione fa il mediatore culturale. Qui ha frequentato tutte le scuole, è cresciuto e si è formato come uomo. In tasca, porta con sé il passaporto libico, lo stato dal quale proviene. Per rimanere in Italia ha un permesso permanente, ma niente cittadinanza: dopo 41 anni vissuti a Roma, ancora, non gli è stata concessa.

Per Mohamed non c’è altra realtà se non quella di riconoscersi come un cittadino italiano. Secondo la legge, però, non lo è. Questo chiaramente gli ha causato una serie di limiti, più o meno pesanti, nella vita. “Il primo limite che ho riscontrato è stato a 18 anni: tutti i miei amici, ma diciamo pure tutti i cittadini, iniziano a viaggiare. Io non l’ho potuto fare. Mi pesa poi il non poter votare, non poter partecipare liberamente ai concorsi pubblici. Ci sono anche altri criteri a cui magari uno non pensa immediatamente: per esempio un cittadino straniero è soggetto in qualsiasi momento alla possibilità di essere espulso. Questo anche se vive qui da tantissimo tempo, perché comunque è un cittadino di un altro Paese”.

Non importa quindi che abbia tutta la vita qua: in qualsiasi momento potrebbe insorgere qualche problema che può comportare, addirittura, l’espulsione. Alcune persone rischiano quindi di essere rimpatriate in uno Stato che in realtà non conoscono, in cui magari non sono nemmeno mai state. E questo accade per la lentezza burocratica che giace alle spalle del riconoscimento della cittadinanza, e a causa di una legge a dir poco ingiusta e ormai arcaica.

“Con lo Ius Soli cambierebbe tutto. Io mi sento a tutti gli effetti un cittadino italiano. Poi è vero: come tutte le persone di seconda generazione riconosco di avere più culture, ma questa è un’altra questione. Io, comunque, mi sento un cittadino italiano, l’ho sempre sentito e vorrei che fosse riconosciuto anche nei documenti. Sono un italiano come molti, nato però a Tripoli”, racconta.

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