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Storie di cittadini di “serie B”, Shazeb: “Mi hanno dato e tolto la cittadinanza per un errore burocratico”

I cavilli della burocrazia italiana possono letteralmente rovinare la vita. La testimonianza di Shazeb, un ragazzo di origini pakistane, ne è la dimostrazione. Oggi vi raccontiamo la sua storia, l’ennesima dei cosiddetti cittadini di “serie B”, quei giovani cresciuti in Italia che, tuttavia, non riescono a farsi vedere riconoscere il loro diritto alla cittadinanza. E anzi, continuano a essere considerati dei figli illegittimi di questa Patria.

Shazeb è arrivato in Italia per raggiungere il padre, fuggito dal Paese di origine, e che qui possedeva lo status di rifugiato prima, e la cittadinanza poi. Il suo racconto risale al 2017, ma è ancora attuale per capire cosa questi ragazzi sono costretti ad affrontare.

“Il 14 gennaio 2016 mio padre ha fatto il giuramento. Erano le 10 del mattino più o meno. Io anche sono nato il 14 gennaio, alle 22 secondo il mio certificato di nascita. In pratica, nel momento in cui mio padre ha pronunciato il giuramento, io ero ancora minorenne. Quindi, secondo la legge attuale, ho acquisito la cittadinanza italiana. Il Comune di Ferrara, vista questa differenza di orari, ha reputato idoneo il mio caso per assegnarmi la cittadinanza, con passaporto e carta d’identità“.

Fino a quei potrebbe sembrare una storia a lieto fine, e piuttosto semplice. In realtà le cose sono cambiate molto in fretta: “Dopo 10 mesi sono stato contattato dal Comune, tramite il nostro avvocato, e mi è stato comunicato che si erano sbagliati e che quindi mi toglievano seduta stante la cittadinanza italiana. Avevo persino votato già a due referendum! Anche dopo il ricorso che abbiamo fatto, mi è stato negato quello che pensavo essere un diritto.

La motivazione del giudice è stata che al momento del giuramento ero sì minorenne, ma lo stesso entra in vigore dopo 24 ore e quindi avevo già compiuto la maggiore età. Farei notare però che il giuramento è stato ritardato perché chi doveva eseguirlo era stato in ferie un mese”. Questo, ovviamente, ha creato non pochi problemi all’interno della famiglia. Anche perchè il padre, poco dopo, si è trasferito a Londra per lavorare. “Ora abbiamo una famiglia divisa: da una parte mio padre con mia sorella e mio fratello cittadini italiani, dall’altra io e mia madre pakistani. Io e lei abbiamo il permesso di soggiorno di tipo ‘familiare’. Ora dovrò aspettare, se non cambierà la legge, di avere un reddito per cinque anni, rifare la domanda e aspettare altri due anni per avere la cittadinanza. Tenendo conto che vado all’università, complessivamente dal mio arrivo in Italia alla cittadinanza passeranno 17 anni.”

Questo cavillo ha infierito anche sulla sua vita quotidiana: “Faccio un esempio banale per far capire come ci si sente: all’aeroporto mio padre e i miei fratelli fanno la fila con gli italiani, io e mia madre facciamo la fila con gli stranieri. Ma c’è di più. Appena mi tolsero la cittadinanza diventai praticamente apolide. Anzi. Tolta cittadinanza, permesso di soggiorno e passaporto, ero un vero e proprio clandestino. Lo sono stato per circa 6 mesi, con tutti i rischi che questa situazione comportava. In pratica se mi avesse fermato la polizia, avrei incorso nel reato di clandestinità e sarei potuto essere espulso in Pakistan. Dopo questo tempo mi hanno dato un permesso di soggiorno provvisorio. 

In pratica 10 mesi cittadino italiano, poi, per un ‘errore’ del Comune, mi sono ritrovato clandestino. E non è stato fatto nulla per rimediare in fretta. Infine, questo nuovo permesso che mi fu dato dopo 6 mesi, un cedolino, mi permetteva di stare in Italia, o di rimpatriare in Pakistan, null’altro. In pratica non potevo uscire dall’Italia. Infatti, quest’estate, i miei familiari sono andati a Londra, dove nel frattempo mio padre si è spostato per lavoro, ma io non ho potuto seguirli. Dopo due mesi passati con questo permesso di soggiorno provvisorio, mi hanno dato, a fine settembre, il visto per i familiari. Ma non posso ancora recarmi in Inghilterra perché serve un altro tipo di visto, essendo io cittadino extraeuropeo.” Tra l’altro, come sottolinea, con il visto provvisorio non è permesso lavorare. 

La sua odissea, comunque, non finisce così”: “A mio zio è nata una figlia qui e persino lei, che ora ha un anno, non ha documenti perché per richiedere il visto serve il passaporto, ma non glielo danno perché non ha la cittadinanza. E’ cittadina del mondo in pratica. Ricordo anche che il permesso di soggiorno costa sui 300 euro, quindi sono costi su costi, che condannano molti alla clandestinità. Le persone nelle strutture di accoglienza lo potrebbero trovare un lavoro, ma in nero, o non retribuito, perché non hanno il permesso di soggiorno. Nemmeno i progetti culturali, come ‘Scambio Linguistico’, visto che sono sovvenzionati dalla Comunità Europea, possono veder partecipare queste persone, ma mi chiedo: quale più di un progetto di lingua per favorire l’integrazione? 

Il cedolino per la residenza serve solo a non farsi arrestare, ma non consente nulla, nemmeno l’avere un codice fiscale per poter, appunto, lavorare in regola. Ci sono tante persone che hanno vissuto o stanno vivendo quello che ho passato io, e spero tanto che si trovi una giusta soluzione“.

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