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Storie di cittadini di “serie B”, Ziad: “Essere cittadino non significa solo avere un documento”

Essere, e sentirsi, cittadino di un Paese, vuol dire contribuire al tessuto sociale di quello Stato. Non è semplicemente un riconoscimento materiale, ma è un vero e proprio senso di appartenenza a un popolo, a una cultura. Allora perchè tanti immigrati di seconda generazione, o ragazzi arrivati qui da molto piccoli fanno così fatica a farsi riconoscere la cittadinanza italiana? Continua la nostra rassegna di testimonianze sui cittadini di “serie B”, quelle persone che a tutti gli effetti possono essere definite italiane, ma che per il diritto, ancora, non lo sono.

Oggi vi raccontiamo l’esperienza di Ziad Atef, un giovane di 23 anni che vive a Milano e ha studiato informatica alle scuole superiori. Di origini egiziane, è arrivato in Italia quando aveva 11 anni, nel 2009. Ha affrontato il trasferimento insieme a sua mamma e a sua sorella, con l’obiettivo di ricongiungersi con il padre. Lui, laureato in Egitto in Finanza e marketing, in Italia fa il muratore. Prima di raggiungere il nostro Paese, però, il padre aveva vissuto in Austria e a Ciprio, perchè “qui una laurea come la sua è poco spendibile”, racconta Ziad.

“Pensavamo a un trasferimento temporaneo, perchè mia madre è molto legata all’Egitto. Perciò nei primi anni di permanenza qui non sono stato iscritto a una scuola italiana. Eppure, io mi vedevo davanti un mondo aperto, pieno di cultura, di arte, e mi chiedevo: che senso ha stare qua solo qualche anno?“, ammette all’Agenzia Sir.

All’inizio vivere in Italia, per Ziad, non è stato affatto semplice: “Cercavo la compagnia di ragazzi egiziani perchè non parlavo italiano e avevo paura dei pregiudizi. Quando poi ho iniziato a lavorare ad alcuni progetti del comune in campo sociale, non mi sono mai sentito uno straniero”, racconta. Dopo un primo periodo di difficoltà, però, l’integrazione di Ziad è risultata sempre più semplice. Nel giro di poco tempo è riuscito ad ambientarsi: “Mi piace la compagnia dei ragazzi italiani, impari tanto da loro. Ugualmente mi piace conoscere ragazzi di seconda generazione come me per mantenere qualcosa della mia identità.”Secondo Ziad, infatti, “l’integrazione è un incontro di due culture, che insieme ne formano una terza“.

Inoltre, il ragazzo sostiene che “essere cittadino non vuol dire avere un documento dove c’è scritto italiano. A me non serve una carta, devo sentirmi un cittadino italiano. Quando ho lavorato ai progetti sociali, mi sono sentito a casa”, afferma. Per quanto riguarda il futuro, ammette che gli piacerebbe restare in Italia, e laurearsi qui. “Questo è un Paese più flessibile rispetto agli altri. Gli italiani sono capaci di capire persone che vengono da culture diverse e che, con i loro talenti, possono arricchire il Paese”.

Analizzando invece il quadro internazionale, secondo Ziad “la politica negli ultimi anni non sta andando molto bene, ma se ogni cittadino pensa a fare il suo dovere ci saranno meno problemi in Italia e in Europa. I muri sono soprattutto nella testa, mentre servono collaborazioni anche con Paesi in Asia e Medio Oriente per ridurre le tensioni”.

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